fbpx

Gli occhiali e il cinema un binomio indissolubile

Grazie agli occhiali il cinema ha creato e raccontato personaggi di ogni genere.

Il cinema ha iniziato a usare gli occhiali fin dall’inizio: in Grandma’s Reading Glass (1900) di George Albert Smith molti dettagli sono racchiusi nel giro di una lente. È nel più famoso film muto sovietico, La corazzata Potemkin (1926) di S. M. Ejzenstejn, il la rappresentazione della tragedia è affidata agli occhiali: non solo quelli del medico Smirnov oscilla sul sudario di una nave dopo che il loro proprietario è finito in mare, ma l’ultima, indimenticabile immagine è quella di una faccia insanguinata donna con gli occhiali in frantumi.

Occhiali di ogni tipo sono apparse sullo schermo, definendo il personaggio con grande rapidità: occhiali scuri per il malfattore, occhiali pesanti per lo studioso, occhiali sproporzionati per il comico, occhiali piccoli e intangibili per sognatori, grandi occhiali per la femme fatale che non si arrende, al Gloria Swanson in Viale del sunset (Sunset Boulevard, 1950) di Billy Wilder. E con grande rapidità esprimono un cambiamento: la segretaria che si toglie gli occhiali e si scioglie i capelli diventa sexy dove era maldestra, un uomo normale che si toglie gli occhi per affrontare una sfida diventa un eroe come Superman, che è miope in borghese. Ma miope e piuttosto anche il paleontologo Cary Grant di Susanna (Bring it up, Baby, 1938) di Howard Hawks, chiamato “Mr. Bone” per tutto il film.

Gli occhiali sono indispensabili per i travestimenti, non solo per quelli delinquenti: Jane Wyman li porta nella paura sul palco (Stage Fright, 1950) di Alfred Hitchcock per interpretare la finta cameriera di Marlene Dietrich e Tony Curtis in Some Like It hot (Some Like it Hot, 1959) di Billy Wilder, quando lo fa impotente conchiglie alleriona Shell. Marilyn Monroe è indimenticabile toglierli e baciarlo. Dustin Hoffman li indossa in Tootsie di Sidney Pollack (1982) per trasformarsi nell’attrice Dorothy Michaels. Gli occhiali Cli enfatizzano la pertidia: quelli dell’ex criminale nazista fanno paura Laurence Olivier in John Schlesinger’s Marathon Man (Marathon Man, 1976), quando l’attore riprende la professione di dentista per torturare la piccola ebrea, alias Dustin Hoffman.

Gli occhiali sottolineano il sfacciato: sorprendente quello del triangolo dell’amore-canaglia formato da Cate Blanchett, Bruce Willis e Billy Bob Thornton in Barry Levinson’s Bandits (2000). Il gli occhiali simboleggiano la ricerca del quasi impossibile, ad esempio la donna sconosciuto chi ha salvato il nonno di Elija Wood dai nazisti in Tutto è illuminato (2005), primo lavoro di successo di Liev Schreiber. Gli occhiali enfatizzano l’età con la sua saggezza – Sean Connery ne ha bisogno leggi gli antichi codici in Il nome della rosa (1986) di Jean-Jacques Annaud – e con il la sua amarezza: Clint Eastwood non può farne a meno in Million Dollar Baby (2005) per studiare gaelico nella sua palestra di boxe. Ed è stanco di se stesso, deluso.

Ci sono anche i personaggi che hanno segnato un’epoca: Marlon Brando in moto con occhiali neri, giacca di pelle e cappello in The Wild One, 1954 di László Benedek; Peter Fonda, Dennis Hopper e Jack Nicholson si ribellano e variegati con gli occhiali Easy Rider (1969) di Dennis Hopper; i dipendenti di Blues Brothers (1980) di Ray-Ban John Landis, Thelma a Louise in cerca di libertà (Ridley Scott, 1991), Keanu Reeves futuro in Matrix (1999) di Andy e Larry Wachowski. Mentre l’Oscar per il virtuosismo appartiene a Peter Sellers (1962) di Lolita. Nel film di Kubrick, il cui simbolo è la ninfetta con provocatorie lenti a forma di cuore, l’attore inglese è il poliedrico Clare Quintly che sfoggiando cornici disparate e ognuna affida un compito espressivo, brillantemente realizzato in perfetta attesa del dottor Stranamore (1964).

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Post recenti